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Arte e cultura La Chiesa di San Zavedro

Chiesa di San Zavedro

La chiesa di San Zavedro, cioè San Giovanni vecchio, risale al periodo tardo gotico. Tra le varie opere di decorazione che arredavano la chiesa, e che adesso hanno trovato collocazione nella nuova parrocchiale, risulta particolarmente interessante la Madonna del Consorzio, attribuita al Campi.



Trova così conferma la leggenda, secondo la quale la chiesa di San Zavedro venne edificata per volere di Teodolinda, regina dei longobardi.

Origini dell'edificio

Dai recenti scavi si ha comunque conferma delle origini remote di questa chiesa. Anche il campanile ingloba una forma più antica, a giudicare dall'impostazione di una volta a crociera situata al suo interno, che suggerirebbe la parte terminale di una torre di altezza inferiore.

Lo stesso potrebbe essere stato dimensionato in rapporto alla primitiva chiesa riemersa.

Della nuova chiesa, molto più vasta di quella vecchia, il cui muro perimetrale a nord coincide esattamente con quello della preesistente, non si conoscono con precisione le origini, ma molti elementi indicano come collocazione più probabile quella tardo-gotica.

Probabilmente il complesso architettonico si ricollega ai tipi di chiese costruite nel territorio cremonese all'epoca dei Pallavicino, dei quali si hanno riscontri nel circondario e fuori provincia.

Descrizione della Chiesa

La navata centrale è illuminata principalmente da un rosone centrale circolare posto sulla facciata e da finestre laterali. Le linee architettoniche sono evidenziate da pilastri cilindrici da cui si dipartono i costoloni che si raccordano nelle volte a crociera. L'abside, piuttosto profonda, è illuminata da altre due finestre laterali.




Durante i lavori di pavimentazione è però venuto alla luce il perimetro esterno di una 'altra chiesa risalente al VII sec. e sulla quale quella attuale fu costruita.

Fra le opere di decorazione di buona fattura e di un certo valore risultano particolarmente interessanti gli affreschi, che insieme ad altari, tele e arredi vari, hanno trovato collocazione nella nuova parrocchiale.

Qualora si volesse indagare su aspetti della vita della chiesa, poichè mancano documenti relativi ai suoi momenti più significativi, ci si deve rifare ai segni più evidenti che ancora permettono di ricostruirne le vicissitudini. Riguardo all'aggiunta delle volte, si è abbastanza certi di questo intervento se si dà credito alla data, ora scomparsa, che si leggeva sulla facciata interna (1494, ad opera di M.Tomas Chizholis originario di Casteldidone); mentre di sicuro non si riesce ancora a confermare l'esistenza del Protiro che però don Bergamaschi suppone essere stato tolto nell'800, forse quando la facciata subì ritocchi in stile neogotico.

Un progetto settecentesco, invece, evidenzia l'ampliamento e la ristrutturazione degli edifici intorno alla chiesa per l'istituzione della Collegiata. Di questa sono ancora visibili le impronte delle volte della sacrestia, i cui resti hanno parte delle fondamenta sotto il manto stradale che corre a nord. Non riesce ancora chiaro (1500 circa) a quando risalga l'uso della sepoltura all'interno della chiesa, pratica a cui si connette certamente l'infossamento dei pilastri. Questi (a causa della pavimentazione rialzata, per meglio contenere le tombe chiuse a volta) perdevano parte del loro slancio e della loro eleganza, cosa che può aver indotto allo scalpellamento della modanatura in cotto che li coronava alla sommità, appena prima della impostazione degli archi e delle volte. C'è chi ricorda i posticci capitelli in legno dorato in sostituzione degli originali in cotto. Esistono ancora molti documenti a testimoniare l'intento di rendere più robusta la facciata che sembrava subire una spinta verso l'esterno a causa delle volte aggiunte. Si conservano infatti più progetti in merito e resta palese l'intervento ritenuto opportuno che, se ha dato buoni risultati sul piano funzionale, non ha raggiunto adeguati meriti su quello estetico. Si vuole chiaramente alludere al timpano e alle mensole di cemento che sovrastano pesantemente l'ingresso.

L'intervento preceduto da vari progetti è stato eseguito nel 1904, e ci conferma l'amore e la cura che la gente del luogo doveva riservare al tempio che, proprio attraverso ritocchi e modifiche, doveva raggiungere l'epoca del secondo conflitto mondiale, quando lo si ritenne inadeguato, sia per l'ubicazione decentrata accentuata dal passaggio della ferrovia, che per motivi di staticità. Così il degrado decisivo la chiesa lo doveva subire allorchè per presunta o effettiva necessità di culto, si è pensato di abbandonarla per edificarne una nuova, più ampia e in posizione centrale rispetto alle due borgate: Palvareto e San Zavedro. E ciò a beneficio dei fedeli che avrebbero potuto frequentare le funzioni religiose con maggior comodità.

Si era in tempo di guerra; neanche la precarietà del momento frenò l'iniziativa per quei tempi ambiziosa e ardua. E' diffusa ancora oggi la voce che, per rendere più impellente la necessità di un tempio nuovo (in centro vi era anche la chiesa della Santissima Trinità). Alcuni fautori del progetto, escogitarono lo stratagemma di far abbattere una parte della volta centrale, proprio all'ingresso della vecchia chiesa, in modo da renderla alla vista dei fedeli pericolante e impraticabile. Per altri, l'episodio è riferito agli anni '50, quando si prospettava l'abbattimento dell'antica costruzione, per permettere la realizzazione del proseguimento del viale che, dal centro di San Giovanni in Croce, si sarebbe collegato in linea diretta con la piazzetta di San Zavedro. Il progetto fu osteggiato dalla Sovrintendenza che però a quei tempi non ebbe iniziative e sostegni decisivi per salvare la chiesa.

In tal modo, "quello che sarebbe stato giusto diventasse un santuario a ricordo di una fede e di un'arte di antica data", già nel 1944 occupato dai tedeschi, fu adibito a magazzino e successivamente utilizzato come ripostiglio. Conobbe in seguito un lungo periodo di abbandono, che, solo negli ultimi anni, per le mutate condizioni sociali, politiche e culturali, nonchè per una rinnovata sensibilità generale volta al recupero di valori ideali, spesso in netto contrasto con altri più pratici e materialistici, sembra avviarsi, non senza difficoltà, verso un nuovo e progressivo interesse che si manifesta con segni concreti di doveroso riscatto.

Se ne ha riscontro diretto sull'edificio, le cui lacerazioni provocate dall'uomo o dal tempo (è la storia di sempre), sono state risanate con interventi di tamponamento ai muri perimetrali e alle volte. Decisiva è stata l'opera di rinnovamento del tetto che, ormai, ha posto fine agli incessanti crolli. Questi, risarciti nelle strutture murarie, ma non in quelli superficiali degli intonaci, hanno irreparabilmente inflitto gravi perdite alle parti decorative, i cui resti ancora affioranti sotto le ridipinture, meriterebbero un'indagine critica e attenta, come si auspica per altre opere di maggior pregio già poste in salvo nella nuova parrocchiale.

Fonte battesimale

Si può pensare che l'antico fonte battesimale fosse interrato, vista l'usanza dell'immersione nel rito sacramentale. Nel resoconto della visita pastorale del 1521, infatti, si legge che la tomba gentilizia della famiglia Gennari, posta nelle vicinanze, inquinava l'acqua lustrale.

Il vescovo Trevisan suggeriva di prendere provvedimenti che vennero soddisfatti successivamente. A conferma, nel 1572, viene descritto un fonte battesimale di marmo lucente situato dietro la prima colonna, coperto "cum suo tugurio picto" (Sfondrati). La cappella del fonte risulta essere decorata sulle pareti con affreschi dopo il 1581. Le tracce visibili attualmente sono riferibili ad epoche più recenti.

Vano con accesso laterale nord

Anche qui è evidente l'intervento di restauro murario. Vi era la tribuna da dove i nobili del locale castello Vidoni assistevano alle funzioni.

In questo spazio si pensa fosse collocata l'ancona della Madonna della Misericordia già sovrapposta agli affreschi più antichi dello stesso soggetto, di cui si fa cenno più avanti.

Si tratta della splendida pala che, ritenuta fino ad ora dipinta da Galeazzo Campi, è stata restituita negli ultimi anni a Tommaso Aleni detto 'il Fadino', dal critico Marco Tanzi, il quale ha riconosciuto nell'opera "cospicui spunti protoclassici di matrice Peruginesca".

Recentemente restaurata ed esposta alla mostra de "I Campi" del 1985, è ora collocata nella parrocchiale nuova.

Abside

Profonda e poligonale, si chiude alla sommità formando sette spicchi evidenziati dai costoloni. E' ricoperta interamente da una decorazione a tempera in stile neogotico, sotto la quale affiorano tracce dell'antico decoro di gusto quattrocentesco.

Madonna del Consorzio

Uno dei più antichi altari, retto dalla confraternita del Consorzio, sorta proprio in San Giovanni e attiva fino al 1700. Il reddito delle offerte a questo altare veniva speso in beneficenza per i poveri in occasione del Natale e in elemosine alle fanciulle nubende povere.

La devozione particolare è qui resa evidente dallo stesso affresco che occupava l'intera parete frontale e si articolava in due momenti.



Nella parte superiore ad ogiva, la Vergine Assunta è rappresentata in gloria tra i santi e gli angeli, mentre nella parte inferiore compare nell'atto maestoso e materno di proteggere i devoti inginocchiati in assorta preghiera.

Lo stile degli affreschi è di aiuto anche alla datazione del tempio che, soprattutto in questi dipinti ma anche in quelli dell'abside e delle volte (ormai quasi totalmente scomparsi), sembrano confermare le sue origini tardo-gotiche.

I dipinti infatti, soprattutto quelli della Vergine in gloria, presentano affinità e influenze riconducibili alla scuola del Bembo, e comunque evidenziano nei tratti iconografici il gusto dell'età Cortese.

La vasta e suggestiva composizione sarebbe stata nascosta dopo qualche decennio dalla pala del Fadino e successivamente da un imponente altare di gusto barocco. La grande struttura di legno dorato ingloba ed esalta al centro la statua della Vergine col bambino.

L'ottima fattura la rende riconducibile ai modi del Bertesi o ad uno scultore di uguale prestigio.

L'opera è ora presente nell'attuale parrocchiale.

Altare di San Vincenzo e Sant' Anastasio

Dopo l'ingresso sud, troviamo l'altare di S. Vincenzo e S. Anastasio, di patronato Balestreri, successivamente Bertani. I recenti restauri hanno ripristinato la completa struttura muraria in parte crollata e sulla parte di fondo restano visibili le immagini dei due santi. Poichè da tempo questo altare veniva trascurato, successivamente fu dedicato a San Giuseppe e dotato di una tela raffigurante la Sacra Famiglia.

Esterno

Rivolta verso ovest, la chiesa presenta una facciata a capanna bloccata da due contrafforti sormontati da pinnacoli. E' chiusa alla sommità dagli spioventi costituiti da una cornice arricchita da archetti gotici in cotto.



Al centro, sopra il portale, si apre una finestra circolare. Attualmente è impossibile determinare come fosse l'ingresso principale poichè nel 1904 sono state eseguite delle trasformazioni che hanno mutato sensibilmente l'estetica originale; probabilmente l'apertura ad ogiva era affiancata da lesene e si completava con un protiro. Presumibilmente mancavano anche le finestra che ora compaiono sulla facciata.

I muri perimetrali inglobavano le cappelle e i contrafforti giungendo al presbiterio, per poi rientrare nell'abside poligonale.

Il pavimento della chiesa

Sotto la pavimentazione della chiesa si celano numerose tombe di nobili e prelati, a conferma dell'origine cimiteriale dell'edificio. Sulle lapidi alcuni dei nomi richiamano ancora quelli di famiglie attuali: Manara, Bertani, Tenca, Broffoni...

La recente rimozione dello strato pavimentale ha messo in risalto in un primo momento le basi più profonde dei pilastri, e successivamente ha rivelato le antiche fondamenta dell'originale chiesa altomedioevale, costituita da un'unica navata e coronata da tre absidi semicircolari (Trichora).

L'abside centrale presenta tracce dell'originale decorazione. Si evidenziano infatti zampe di animali, a destra feroci, a sinistra mansueti, come si evince dai tratti connotativi delle linee formali.

Il vano della vecchia chiesa preromanica, a giudicare dalle fondamenta rinvenute, sembra essere stato preceduto da un cortile, nel quale affiora una base circolare posta a destra, che fa pensare ad un pozzo.

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